Recensione di Valerio Perna

pubblicata sulla rivista “L’industria delle costruzioni” n°449 – pag. 113

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Arch. Valerio Perna

I Sandali di Einstein. Introduzione all’estetica dello spaziotempo di Claudio Catalano, non è un semplice trattato di fisica, ma un libro dall’obiettivo più ambizioso: dimostrare la connessione tra pensiero scientifico e artistico e come questa relazione contribuisca alla nostra esperienza e alla nostra conoscenza di spazio e tempo, una questione da sempre di grande rilevanza anche per l’architettura. Il libro si articola in cinque capitoli separati da due “Intermezzi” che assumono un ruolo distensivo all’interno di una trattazione decisa, serrata, ma mai pesante per il lettore. La figura di Einstein illumina tutta la lettura attraverso citazioni e aneddoti e anche spiegazioni molte chiare del suo pensiero e delle sue conseguenze.

Il primo capitolo è una retrospettiva su momenti storici che “fanno emergere definitivamente la scienza dai retaggi del passato”. Partendo dai “Principia” di Newton, si è catapultati in situazioni che forniscono al lettore una “bussola scientifica” per orientarsi negli ultimi trecento anni di fervore intellettuale. Newton è il punto zero, il Big Bang che dà ordine al caos, il modello atto a spiegare le leggi della natura.

Nel capitolo successivo il motivo conduttore è la ricerca della quarta dimensione: a partire da Turner si modifica radicalmente nell’arte moderna la concezione spazio-tempo kantiana quali forme a priori e nel libro si parla anche della letteratura a cominciare con Edgar Allan Poe che trasforma la quarta dimensione nel regno degli spiriti, non più universi lontani, ma finalmente accessibili, per poi trovare nuova linfa con narrazioni di fantastici viaggi multi dimensionali ispirati dall’emergere delle nuove geometrie multidimensionali.

Protagonista del primo “Intermezzo” è Vincent van Gogh con “Notte Stellata”: l’arte rivela l’illusoria differenza fra mondo esterno e l’Io interiore con un mutamento radicale tra realtà percepita e rappresentata.

La Teoria della Relatività di Einstein è l’oggetto del terzo capitolo che ci consente di addentrarci nelle leggi dell’universo dove alle tre coordinate spaziali viene associata quella temporale, confutando così la visione classica che le voleva slegate.

Dante Alighieri ci accoglie nel secondo “Intermezzo”, come creatore di uno spazio ellittico e non euclideo, dimostrando come Arte e Scienza corrano nuovamente l’una accanto all’altra, reciprocamente necessarie.

E proprio l’Arte è il centro degli ultimi due capitoli. A partire dal Cubismo, passando per Futurismo e l’arte concettuale, l’artista si avvicina alla quarta dimensione, fino ad arrivare all’arte contemporanea e al confronto con le nuove tecnologie informatiche.

Catalano rapisce il lettore in una ricerca che corre a velocità tra le maglie della storia. Non è un semplice libro, ma uno strumento, che apre nuove serrature mentali. Questo libro infatti, come sostiene Antonino Saggio che con I Sandali di Einstein inaugura appunto la nuova collana “Gli Strumenti”, vuole “spingere il lettore alla ricerca di nuove direzioni del proprio operare”. Le ultime righe sono un invito a lasciarsi andare, a guardare il mondo con occhi nuovi. È un nuovo umanesimo quello cui possiamo aspirare tramite l’arte e la scienza perché, come conclude l’autore: “la scienza e l’arte non nascono per alienarci da questo mondo […] ma ci indicano la via per partecipare con più forza e profondità all’immenso spettacolo dell’universo”.

Recensione di Gabriele Stancato

Arch. Gabriele Stancato

“I sandali di Einstein” è il volume che apre la nuova collana “Gli Strumenti” fondata e diretta da Antonino Saggio dove l’autore Claudio Catalano tesse con grande perizia una trama che intreccia arte e scienza quali fonti complici nel ridefinire la nostra idea di verità, due massimi linguaggi con i quali l’umanità indaga e spiega a se stessa la realtà in cui vive e agisce. Così il lettore viene accompagnato attraverso le ombre che celano i rapporti creativi.

Similmente al dipinto di Fragonard che apre questo trattato, “Les hasards heureux de l’escarpolette”, in cui è possibile percepire nella penombra la presenza di molteplici osservatori e immedesimarsi in diversi punti di vista sull’evento in atto, così la “regia” di Catalano ci prospetta differenti opinioni dei protagonisti di un fortunato, quanto laborioso percorso che l’umanità ha intrapreso fino alle attuali formulazioni della teoria della relatività e della fisica quantistica. Questo continuo coinvolgere, includere e integrare le visioni da diverse angolazioni, generate da differenti discipline, induce la sensazione di poter assistere a un immenso dialogo trasversale al tempo, in merito a ciò che lo spazio e il tempo stessi siano in realtà.

Esiste infatti un impalpabile intreccio di connessioni che lega lo sviluppo del pensiero umano attraverso le epoche, una rete di mutua ispirazione e influenza che unisce le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Forse fin troppo a lungo siamo stati abituati a considerare arte e scienza totalmente scisse e in alcuni casi persino antagoniste, troppo a lungo ci è stata instillata l’idea che i diversi ambiti non abbiano nulla da offrire l’uno all’altro. Eppure, come Catalano ci dimostra, lo studio del pensiero cubista risulta aver fornito una scintilla fondamentale per le idee alla base della ricerca sulla fisica quantistica quando Bohr cercava di risolvere la doppia natura dell’elettrone quale onda o particella formulando il principio di complementarietà.

Pregio di questo testo non è solo di rendere molto chiari i concetti più complessi, ma anche di saper “separare il grano dal loglio”, ovvero mettere a fuoco quelle che sono le ambiguità ingannevoli tra le definizioni di spazio e di tempo o di ‘quarta dimensione’ che hanno condotto in passato o a candidi errori o addirittura a volute forzature di significato da un lato e dall’altro del dibattito.

Ancora più importante, l’autore fornisce a chi legge gli strumenti per discernere il senso di determinate ricerche in campo pittorico, come anche architettonico e scientifico, delimitando i contorni del contesto culturale entro il quale ciascuna idea ha trovato il terreno fertile su cui nascere e raggiungere il proprio splendore.

Il libro si articola in cinque temi (la misura dello spaziotempo; nuovi mondi; la relatività dello spazio e del tempo; arte, relatività e quarta dimensione; quantum leap) sviluppati secondo uno scopo divulgativo per rendere accessibili le nozioni anche ai non addetti ai lavori, il testo abbraccia un periodo storico di tre secoli circa, ma come suggerisce l’indice il proposito non è illustrare la cronistoria ma piuttosto affrontare temi e protagonisti. L’autore fa molto di più che tracciare le tappe del pensiero scientifico e artistico attraverso le epoche, egli fornisce strumenti critici per interpretare gli eventi e i paradigmi imperanti nelle diverse fasi della storia.

Attraverso le parole di Catalano i fautori dei grandi cambiamenti della cultura occidentale non ci appaiono come immortali e mitizzati maestri, posti a distanza su un piedistallo come statue di marmo, ma al contrario in tutta la loro fragile umanità, come nel caso di un timido Le Corbusier di fronte a un amichevole e disponibile Einstein che ascolta e cerca di comprendere e umilmente osservare il problema senza pregiudizi, ma per ciò che esso realmente è.

In un altro capitolo è palpabile l’entusiasmo di un Mendelsohn che incontra lo scienziato per mostrargli il famoso osservatorio che ha affascinato generazioni di architetti, leggendo il racconto di questo momento di contatto tra Einstein e l’architetto sembra quasi di vedere gli occhi di questo brillare d’attesa mentre accompagna l’ideatore della teoria della relatività nella visita all’opera costruita e così si rivela l’attitudine del grande fisico ad analizzare pazientemente e a ricercare attentamente la legge che sottostà e governa le cose che osserva, capacità che lo conduce a pronunciarsi in merito solo quando questa ragione di base gli è finalmente palese e chiara formulando un giudizio tanto lapidario quanto esatto e aderente agli intenti del progettista.

Ogni passaggio di questo testo risulta necessario e coerente. Laddove sembra sconfinare tra le discipline, sempre risolve tali incursioni scovando un pezzo del puzzle che puntualmente riconduce al disegno generale. Possiamo in effetti comprendere appieno il nostro presente attraverso una visione di ampio respiro, discernendo le nozioni derivate da più fonti per poi correlarle e trovarne una valida e solida ‘ratio’ per una lettura ermeneutica della realtà, sfaccettata e molteplice, che compone la conoscenza.

Nei vari resoconti della formazione di una idea di “quarta dimensione” che Catalano ci illustra, si può notare una conseguenza molto importante della diffusione della cultura che rende significativo lo sviluppo di strumenti divulgativi. Determinate scoperte possono svilupparsi solo dove l’immaginario collettivo (o di una comunità di pensatori) sia fertile e pronto a recepirle e sostenerle. In questa interpretazione anche la letteratura di fantasia contribuisce alla spinta verso la scienza stessa e grazie proprio al diverso angolo da cui gli scrittori recepiscono le idee, possono essi fornire scorci su potenziali evoluzioni nemmeno sospettate dagli studiosi. Anche se l’autore illustra questo principio attraverso casi di successo è utile indicare come al contrario l’assenza di un fronte comune di nuovi paradigmi possa condurre a gravi perdite nell’evoluzione del sapere. Tristemente noto nella scienza medica il caso di Ignác Semmelweis, conosciuto oggi anche con il titolo di “Salvatore delle Madri”, il quale intuì molto prima di Pasteur i meccanismi di trasmissione infettiva e le adeguate procedure di sterilizzazione delle sale chirurgiche, ma che fu messo in ridicolo e condotto alla disperazione in un contesto che non riusciva a immaginare l’invisibile, persino di fronte a prove tangibili. Così tutte le diverse espressioni dell’intelletto umano sono in un certo senso complici nel definire lo sfondo delle reciproche intuizioni e alleate nel contribuire allo sviluppo della conoscenza umana.

Trovo emblematico come il testo apra con Boullée, il quale concepisce il cenotafio di Newton come una struttura che necessariamente sia fruibile da un unico punto di osservazione coerentemente con quella che era la concezione di realtà prevalente all’epoca e si chiuda invece con una serie di opere d’arte che costringono ad assumere differenti punti di osservazione per poter essere recepite, ma mai concluse. Oggi non possiamo infatti più adottare scientemente un punto di vista univoco, non esiste la grande storia unidirezionale, ma una serie di piccole storie multi-direzionali tutte ugualmente rilevanti, che possono sfumare reciprocamente e che compongono una immagine complessiva e variabile come le pennellate di un acquerello di Turner. La concezione di una esistenza cangiante ci può rendere titubanti di fronte all’idea di ciò che può essere considerata la verità, ma forse come sosteneva Veyne possiamo pronunciare senza contraddizione l’affermazione nietzschiana che “la verità è che la verità cambia”.

Diviene quindi evidente come l’informazione e la comunicazione trasversale risultino una necessità per arricchire sia il panorama culturale che lo spettro di opportunità future di scoperte, laddove c’è reciproco scambio di suggestioni la costruzione dell’informazione e della comunicazione trovano soddisfazione nel loro originario significato: così i latini intendevano informatio come raffigurazione, idea e anche insegnamento, spiegazione e non mero dato come oggi il senso comune suggerisce, allo stesso modo communicare era il mettere insieme e rendere partecipi (cum+munis) delle azioni, delle risorse e delle informazioni o, se consideriamo l’accezione sanscrita del termine, comunicare può essere inteso anche per ‘misurare’ e ‘delimitare’ che è proprio il primo tema che apre il libro.

Non dovremmo allora stupirci che Poincaré sottolineasse come la geometria sia nulla di più che una convenzione, uno strumento fondato su scelte descrittive ma non effettive, un mezzo utile a rendere comunicabili e trasmissibili osservazioni e concezioni più che a marcare realtà di fatto.

Per tali ragioni la questione dello strumento con cui si indaga la realtà è divenuta fondamentale, se prima si poteva considerare che esso fosse uno stabile e indipendente riferimento di verità, ad oggi questo non è più accettabile. Piuttosto è vero che lo strumento conduce a poter percepire campi di esistenza parziali, o in altri termini il tipo di domanda che rivolgiamo alla realtà ne determina la risposta e in un certo modo le nostre indagini conoscitive sono al tempo stesso atti creativi.

In tal senso, un aspetto forse non evidente ma vibrante nel testo è l’impegno di restituire al lettore la posizione di protagonista o forse dovremmo dire di attuatore del proprio mondo. Difatti l’orbita a spirale che segue il saggio muovendosi inesorabilmente verso il centro del discorso ma volgendo continuamente lo sguardo a trecentosessanta gradi conduce alla consapevolezza che il nostro osservare il mondo non può essere distaccato bensì artefice della realtà con cui interagiamo. Questo è forse lo spirito stesso che ha guidato la mano dell’autore, l’idea sistemica infatti non è solo narrata ma metodologicamente attuata e portata quasi a un livello di missione, peraltro perfettamente soddisfatta, di mostrarci che siamo parti integranti e attive del disegno emergente dalla realtà.

Il libro ci porta ad una importante considerazione sostenuta da tutto quanto espresso precedentemente e che ne è una diretta deduzione logica: non ha più senso e non ne ha avuto mai il considerarci separati dall’ambiente poiché la nostra stessa natura fisica è l’espressione delle relazioni che abbiamo con esso.

 

 

Le Recensioni

Arch. Roberto SommatinoPressTletter 11/02/2016

La teoria della relatività di Einstein ha compiuto cento anni nel 2015. Si tratta di un’idea per la quale davvero si può spendere l’aggettivo “rivoluzionaria” senza rischiare di essere retorici e che continua a trovare innumerevoli conferme sperimentali dal 1905 ai nostri giorni: mentre scriviamo, ad esempio, è appena stata annunciata la prima osservazione diretta delle sfuggenti onde gravitazionali, le increspature dello spazio-tempo previste proprio da questa teoria.

Essa però, altrettanto eccezionalmente, ebbe sin dal suo esordio un enorme impatto sull’immaginario collettivo del suo tempo, con conseguenze estetiche tanto grandi quanto grande fu il suo fraintendimento.

Catalano si prende la briga di ricostruire queste vicende, concentrandosi necessariamente sull’influenza che l’idea ebbe sulle avanguardie artistiche dei primi del ‘900. Con efficace padronanza, ci racconta come il travaso di creatività che dai laboratori di fisica si riversò sugli atelier non dipese affatto dalla comprensione da parte di Picasso, Braque o Le Corbusier, delle reali conseguenze del punto di vista innovativo del fisico di Ulm; e, forse non fu esattamente il loro puntuale fraintendimento ma certo il loro carico di suggestioni (insieme ad un vocabolo che si presta facilmente all’equivoco) il mezzo privilegiato della diffusione e del successo di un’idea come questa. Gli artisti, quasi tutti, si appropriavano di concetti come “quarta dimensione”, “continuum spaziotemporale”, nel migliore dei casi in senso emotivo, poetico, e però equivocandone inesorabilmente i significati. Gustoso, fra i tanti, l’aneddoto di un Le Corbusier che, durante un incontro col fisico tedesco, tentò da par suo di “rivendergli” il Modulor come un’idea figlia delle nuove teorie, pronunciando un’incomprensibile “la quarta dimensione è un momento di fuga illimitata, evocata dalla consonanza estremamente armonica dei mezzi plastici utilizzati”; come dite? Vi ricorda qualcuno di contemporaneo? Sì, anche a me.

Insomma, con una metafora di grande successo di questi tempi, potremmo parlare per la relatività di un vero e proprio caso di “memetica debole”1, cioè di quel fenomeno di diffusione di un’idea che obbedisce alle dinamiche epidemiologiche anziché a quelle darwiniane della versione classica di memetica: un’idea che si trasmette cioè come un virus e che, come alcuni di essi, compie il salto di specie, cioè di disciplina in questo caso (alla faccia delle velleità di autonomia di taluni), ma che, a differenza dei virus stessi, muta lamarckianamente, acquisendo cioè caratteri nuovi dal contesto (fraintendimento), finanche al punto di snaturarsi del tutto ma rinvigorendo così il suo potere infettivo.

Prendendo la relatività come caso di specie, il libro si occupa però, in fondo, del rapporto più ampio fra arte e scienza, fra artisti e scienziati, di come le due forme principali di accesso alla conoscenza si contaminino attraverso strade per niente ovvie e spesso imprevedibili; e Catalano ci ricorda molto opportunamente come questo travaso non avvenga, come si potrebbe pensare, a senso unico. Nel bel documentario “La particella di Dio”, reperibile su Netflix, in cui si racconta la scoperta del bosone di Higgs nell’acceleratore del Cern di Ginevra, il fisico Savas Dimopoulos dice a tal proposito: “Ciò che distingue gli scienziati è l’abilità puramente artistica di distinguere le buone idee dalle idee meravigliose, quelle su cui vale la pena investire del tempo, e, cosa più importante, quali siano i problemi sufficientemente interessanti e complicati, non ancora risolti, per i quali è giunto il momento di arrivare a una soluzione”.

Per via di questa imprevedibilità, artista o scienziato che uno sia – suggerisce in chiusura lo stesso autore – conviene quindi conservare, sul mondo, un punto di vista informale, giocoso e anticonvenzionale, facendosi trovare sempre pronti a ribaltare i consueti punti di vista e abbandonare le vecchie convinzioni, magari indossando, come Einstein, un paio di sandali per non dimenticarlo mai.

1 – “Il computer come macrocosmo”, Davide Bennato, Franco Angeli.

Prefazione: Contro il Vuoto

di Antonino Saggio

Cominciamo con il dire che il libro di Claudio Catalano I sandali di Einstein: introduzione all’estetica dello spaziotempo è proprio un bel saggio: interessante, ricco di spunti, chiaro nell’esposizione, curato bibliograficamente e a tratti esaltante. Non è solo chi scrive che la pensa così, ma anche tre qualificati lettori che ritroverete come redattori nel colophon e tra i recensori di questo volume sulla stampa.

Come in una scuola giusta in cui il direttore è anche spazzino, l’alunno creatore, il bidello padre, madre e custode, l’insegnante maestro, guida e giudice, così questa nuova collana si muove sull’idea che per affrontare le crisi dobbiamo essere multitasking. In questa occasione chi scrive ha fatto l’editore e il direttore di collana, il prefattore e l’editor. Da bambino di due anni farfugliai a mia madre: «Io grande … quello». Indicavo ciò che mi appariva un presagio. L’uomo nella salita di via di Sant’Agnese non aveva una orchestra, ma suonava lo stesso: l’armonica con la bocca, il tamburo con il piede, i piatti con la testa. Noi crediamo che per lanciare una nuova collana bisogna essere un poco dei «pazzarielli»: lo volevamo essere e non ne abbiamo paura. D’altronde non è una novità: gli italiani hanno sviluppato atavicamente la capacità di affrontare le crisi con il multitasking.

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I Sandali di Einstein

Oggi 6 gennaio 2016 nasce la nuova collana “Gli Strumenti” con il bel libro d Claudio Catalano “I sandali di Einstein introduzione all’estetica dello spazio tempo”. Oggi è la ricorrenza del matrimonio di Albert e Mileva Maric, il 6 gennaio 1903: in un post di qualche giorno fa Einstein spiegava alla figlia la sua ricerca della forza segreta.Naturalmente il giorno dell’Epifania è anche il giorno dei doni. Ogni tanto dobbiamo forzarci a cambiare direzione e a guardare in alto e questa è la notte della stella. Questo è un libro, un libro va letto: non è stato ancora inventato dall’uomo uno strumento più bello per la nostra mente e bello sarebbe che chi lo leggerà possa considerarlo un piccolo dono.

A noi, chi scrive e il gruppo redazionale composto da Matteo Baldissara, Valerio Perna e Gabriele Stancato , “I sandali di Einstein” è piaciuto moltissimo e abbiamo lavorato tutti per cercare di valorizzare questo saggio. Catalano compie un percorso affascinante e a tratti esaltante – come ci siamo detti leggendolo – tra arte e scienza: da Newton a Boullée da Riemann a Turner, da van Gogh a Poincaré, da Einstein a Duchamp, da Heisenberg e Bohr a Cage. Catalano estrapola materiali di grande suggestione e li porge al lettore con sicura capacità divulgativa immergendoci nelle più recenti acquisizioni della scienza.

Una parola su “Gli Strumenti”. È da molti anni che volevo fondare una collana di saggistica, quindi trasversale. Lo scopo della collana è spingere il lettore alla ricerca di nuove direzioni del proprio operare, quindi in un certo senso un libro di questa serie serve anche un poco a metterlo in crisi. D’altronde questo è il ruolo di un strumento: ci sfida a padroneggiarlo, ci invita a fare un salto nuovo.

Chi mi conosce ricorda i tempi in cui una mia collana era una portaerei che ha navigato il Mediterraneo, l’Atlantico e il Pacifico. Questa nuova collana è invece un brigantino con le vele tutte bianche e un piccolo gruppo di amici a bordo. Unitevi a noi. Leggete il libro, condividete questo post e se volete sentite con noi “Astronomy Divine” di Syd Barret dei Pink Floyd. Syd nacque il 6 gennaio 1946 e ne ricordiamo oggi i settanta anni dalla nascita.