Recensione di Gabriele Stancato

Arch. Gabriele Stancato

“I sandali di Einstein” è il volume che apre la nuova collana “Gli Strumenti” fondata e diretta da Antonino Saggio dove l’autore Claudio Catalano tesse con grande perizia una trama che intreccia arte e scienza quali fonti complici nel ridefinire la nostra idea di verità, due massimi linguaggi con i quali l’umanità indaga e spiega a se stessa la realtà in cui vive e agisce. Così il lettore viene accompagnato attraverso le ombre che celano i rapporti creativi.

Similmente al dipinto di Fragonard che apre questo trattato, “Les hasards heureux de l’escarpolette”, in cui è possibile percepire nella penombra la presenza di molteplici osservatori e immedesimarsi in diversi punti di vista sull’evento in atto, così la “regia” di Catalano ci prospetta differenti opinioni dei protagonisti di un fortunato, quanto laborioso percorso che l’umanità ha intrapreso fino alle attuali formulazioni della teoria della relatività e della fisica quantistica. Questo continuo coinvolgere, includere e integrare le visioni da diverse angolazioni, generate da differenti discipline, induce la sensazione di poter assistere a un immenso dialogo trasversale al tempo, in merito a ciò che lo spazio e il tempo stessi siano in realtà.

Esiste infatti un impalpabile intreccio di connessioni che lega lo sviluppo del pensiero umano attraverso le epoche, una rete di mutua ispirazione e influenza che unisce le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Forse fin troppo a lungo siamo stati abituati a considerare arte e scienza totalmente scisse e in alcuni casi persino antagoniste, troppo a lungo ci è stata instillata l’idea che i diversi ambiti non abbiano nulla da offrire l’uno all’altro. Eppure, come Catalano ci dimostra, lo studio del pensiero cubista risulta aver fornito una scintilla fondamentale per le idee alla base della ricerca sulla fisica quantistica quando Bohr cercava di risolvere la doppia natura dell’elettrone quale onda o particella formulando il principio di complementarietà.

Pregio di questo testo non è solo di rendere molto chiari i concetti più complessi, ma anche di saper “separare il grano dal loglio”, ovvero mettere a fuoco quelle che sono le ambiguità ingannevoli tra le definizioni di spazio e di tempo o di ‘quarta dimensione’ che hanno condotto in passato o a candidi errori o addirittura a volute forzature di significato da un lato e dall’altro del dibattito.

Ancora più importante, l’autore fornisce a chi legge gli strumenti per discernere il senso di determinate ricerche in campo pittorico, come anche architettonico e scientifico, delimitando i contorni del contesto culturale entro il quale ciascuna idea ha trovato il terreno fertile su cui nascere e raggiungere il proprio splendore.

Il libro si articola in cinque temi (la misura dello spaziotempo; nuovi mondi; la relatività dello spazio e del tempo; arte, relatività e quarta dimensione; quantum leap) sviluppati secondo uno scopo divulgativo per rendere accessibili le nozioni anche ai non addetti ai lavori, il testo abbraccia un periodo storico di tre secoli circa, ma come suggerisce l’indice il proposito non è illustrare la cronistoria ma piuttosto affrontare temi e protagonisti. L’autore fa molto di più che tracciare le tappe del pensiero scientifico e artistico attraverso le epoche, egli fornisce strumenti critici per interpretare gli eventi e i paradigmi imperanti nelle diverse fasi della storia.

Attraverso le parole di Catalano i fautori dei grandi cambiamenti della cultura occidentale non ci appaiono come immortali e mitizzati maestri, posti a distanza su un piedistallo come statue di marmo, ma al contrario in tutta la loro fragile umanità, come nel caso di un timido Le Corbusier di fronte a un amichevole e disponibile Einstein che ascolta e cerca di comprendere e umilmente osservare il problema senza pregiudizi, ma per ciò che esso realmente è.

In un altro capitolo è palpabile l’entusiasmo di un Mendelsohn che incontra lo scienziato per mostrargli il famoso osservatorio che ha affascinato generazioni di architetti, leggendo il racconto di questo momento di contatto tra Einstein e l’architetto sembra quasi di vedere gli occhi di questo brillare d’attesa mentre accompagna l’ideatore della teoria della relatività nella visita all’opera costruita e così si rivela l’attitudine del grande fisico ad analizzare pazientemente e a ricercare attentamente la legge che sottostà e governa le cose che osserva, capacità che lo conduce a pronunciarsi in merito solo quando questa ragione di base gli è finalmente palese e chiara formulando un giudizio tanto lapidario quanto esatto e aderente agli intenti del progettista.

Ogni passaggio di questo testo risulta necessario e coerente. Laddove sembra sconfinare tra le discipline, sempre risolve tali incursioni scovando un pezzo del puzzle che puntualmente riconduce al disegno generale. Possiamo in effetti comprendere appieno il nostro presente attraverso una visione di ampio respiro, discernendo le nozioni derivate da più fonti per poi correlarle e trovarne una valida e solida ‘ratio’ per una lettura ermeneutica della realtà, sfaccettata e molteplice, che compone la conoscenza.

Nei vari resoconti della formazione di una idea di “quarta dimensione” che Catalano ci illustra, si può notare una conseguenza molto importante della diffusione della cultura che rende significativo lo sviluppo di strumenti divulgativi. Determinate scoperte possono svilupparsi solo dove l’immaginario collettivo (o di una comunità di pensatori) sia fertile e pronto a recepirle e sostenerle. In questa interpretazione anche la letteratura di fantasia contribuisce alla spinta verso la scienza stessa e grazie proprio al diverso angolo da cui gli scrittori recepiscono le idee, possono essi fornire scorci su potenziali evoluzioni nemmeno sospettate dagli studiosi. Anche se l’autore illustra questo principio attraverso casi di successo è utile indicare come al contrario l’assenza di un fronte comune di nuovi paradigmi possa condurre a gravi perdite nell’evoluzione del sapere. Tristemente noto nella scienza medica il caso di Ignác Semmelweis, conosciuto oggi anche con il titolo di “Salvatore delle Madri”, il quale intuì molto prima di Pasteur i meccanismi di trasmissione infettiva e le adeguate procedure di sterilizzazione delle sale chirurgiche, ma che fu messo in ridicolo e condotto alla disperazione in un contesto che non riusciva a immaginare l’invisibile, persino di fronte a prove tangibili. Così tutte le diverse espressioni dell’intelletto umano sono in un certo senso complici nel definire lo sfondo delle reciproche intuizioni e alleate nel contribuire allo sviluppo della conoscenza umana.

Trovo emblematico come il testo apra con Boullée, il quale concepisce il cenotafio di Newton come una struttura che necessariamente sia fruibile da un unico punto di osservazione coerentemente con quella che era la concezione di realtà prevalente all’epoca e si chiuda invece con una serie di opere d’arte che costringono ad assumere differenti punti di osservazione per poter essere recepite, ma mai concluse. Oggi non possiamo infatti più adottare scientemente un punto di vista univoco, non esiste la grande storia unidirezionale, ma una serie di piccole storie multi-direzionali tutte ugualmente rilevanti, che possono sfumare reciprocamente e che compongono una immagine complessiva e variabile come le pennellate di un acquerello di Turner. La concezione di una esistenza cangiante ci può rendere titubanti di fronte all’idea di ciò che può essere considerata la verità, ma forse come sosteneva Veyne possiamo pronunciare senza contraddizione l’affermazione nietzschiana che “la verità è che la verità cambia”.

Diviene quindi evidente come l’informazione e la comunicazione trasversale risultino una necessità per arricchire sia il panorama culturale che lo spettro di opportunità future di scoperte, laddove c’è reciproco scambio di suggestioni la costruzione dell’informazione e della comunicazione trovano soddisfazione nel loro originario significato: così i latini intendevano informatio come raffigurazione, idea e anche insegnamento, spiegazione e non mero dato come oggi il senso comune suggerisce, allo stesso modo communicare era il mettere insieme e rendere partecipi (cum+munis) delle azioni, delle risorse e delle informazioni o, se consideriamo l’accezione sanscrita del termine, comunicare può essere inteso anche per ‘misurare’ e ‘delimitare’ che è proprio il primo tema che apre il libro.

Non dovremmo allora stupirci che Poincaré sottolineasse come la geometria sia nulla di più che una convenzione, uno strumento fondato su scelte descrittive ma non effettive, un mezzo utile a rendere comunicabili e trasmissibili osservazioni e concezioni più che a marcare realtà di fatto.

Per tali ragioni la questione dello strumento con cui si indaga la realtà è divenuta fondamentale, se prima si poteva considerare che esso fosse uno stabile e indipendente riferimento di verità, ad oggi questo non è più accettabile. Piuttosto è vero che lo strumento conduce a poter percepire campi di esistenza parziali, o in altri termini il tipo di domanda che rivolgiamo alla realtà ne determina la risposta e in un certo modo le nostre indagini conoscitive sono al tempo stesso atti creativi.

In tal senso, un aspetto forse non evidente ma vibrante nel testo è l’impegno di restituire al lettore la posizione di protagonista o forse dovremmo dire di attuatore del proprio mondo. Difatti l’orbita a spirale che segue il saggio muovendosi inesorabilmente verso il centro del discorso ma volgendo continuamente lo sguardo a trecentosessanta gradi conduce alla consapevolezza che il nostro osservare il mondo non può essere distaccato bensì artefice della realtà con cui interagiamo. Questo è forse lo spirito stesso che ha guidato la mano dell’autore, l’idea sistemica infatti non è solo narrata ma metodologicamente attuata e portata quasi a un livello di missione, peraltro perfettamente soddisfatta, di mostrarci che siamo parti integranti e attive del disegno emergente dalla realtà.

Il libro ci porta ad una importante considerazione sostenuta da tutto quanto espresso precedentemente e che ne è una diretta deduzione logica: non ha più senso e non ne ha avuto mai il considerarci separati dall’ambiente poiché la nostra stessa natura fisica è l’espressione delle relazioni che abbiamo con esso.

 

 

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